Ho finito di guardare Twin Peaks: The Return e non riesco a togliermi la sensazione pervasiva che mi ha assalito dopo l’ultimo episodio: tristezza, commozione, sgomento, nostalgia e il senso di perdita. Ci ho pensato e ripensato, rimbalzando tra le tante recensioni e i tanti articoli che stanno fioccando sul web, tutti ossessionati e affascinati e intrigati da questo nuovo, incredibile e perturbante film di 18 ore che si conclude lasciando tutti con l’interrogativo che più o meno fa “What the hell is that?”.
Stavolta sono arrivata preparata e posso dire che Twin Peaks è esattamente come speravo fosse: tutto ciò che ci hanno sempre detto di NON fare quando si scrive una storia, si delineano dei personaggi, si infilano teorie sulla realtà (o si tenta di farlo), si disegna un mondo, si produce qualcosa che va in TV e deve essere visto e fruito dal pubblico e raggiungere a una conclusione plausibile, univoca, scontata, ebbene tutto questo è sconvolto, ribaltato e destrutturato nel nuovo TP. Anche se in questo nuovo TP ci sono molte cose del vecchio, e ritrovi quasi tutti i personaggi con i loro tic e le loro stranezze e anche la simpatia o l’orrore che ci avevano suscitato, ci sono almeno alcune differenze, diciamo ontologiche e che elencherei così a) sono passati 25 anni e sono tutti invecchiati e quindi anche lo spettatore con loro; b) le cose che succedono sono terribili, persino più atroci di quello che succede nel vecchio Twin Peaks e sparse tra New York, Buckhorn South Dakota, Las Vegas, Twin Peaks e un intramondo che è a volte la Black Lodge e a volte la White Lodge, a volte il 2016 a volte il 1956 a volte un’imprecisata fine anni Ottanta molto estraniata;

c) la nostra percezione della violenza è cambiata ed è per alcuni aspetti più abituata al cinismo e alla disperazione; d) la sensazione pervasiva di voler cambiare le cose si scontra con una realtà ben più feroce e malvagia nella quale l’eroe o presunto tale non potrà mai giungere alla fine della sua ricerca; e) il mondo non è uno solo e percepibile in maniera univoca e razionale ma è, nel migliore dei casi una striscia di Moebius, nel peggiore la creazione di un malvagio demiurgo che si è divertito a tracciare percorsi e dimensioni che fanno parte della vita quotidiana e la trascendono e gli interstizi sono pieni di trappole e indizi che solo alcuni individui possono rintracciare e percorrere; f) il mito del cavaliere errante e della quête, la sconfitta dell’antagonista e il ritorno a casa, il ricongiungimento della comunità e la soluzione dei nodi, la sconfitta del male e il raddrizzamento dei torti sono ancora temi cruciali che, pur modificati, destrutturati, rimontati fanno parte di quel mito interiorizzato che fa parte del nostro inconscio collettivo.

Nel post successivo cercherò di spiegare questi punti (e anche un po’ la trama di queste 18 ore appassionanti). Per ora, concordando con molti che lo hanno detto prima di me, scordatevi il vecchio Twin Peaks, date uno sguardo a Fuoco cammina con me per ripassare i punti salienti e tenervi al passo con gli elementi narrativi che vi saranno utili per la nuova serie. Fatto questo tuffatevi, se non l’avete ancora fatto, in questa avventura di 18 ore con l’idea magari di rivedervelo prima o poi (io lo sto già facendo) e di godervi la sua coesione narrativa (nonostante appaia il contrario), il magistrale lavoro sui suoni e la colonna sonora e le chicche sparse e qua e là per il piacere dei fan (le sigarette e le acconciature di Diane, la fascinazione di Cooper/Dougie per il caffé, le ragazze in rosa, i fratelli Mitchum). Eh sì, perché Twin Peaks 2017 è molto più coeso di quanto non appaia e strutturato come un viaggio dentro il tempo e lo spazio narrativo dove alla fine gli elementi tornano come accadeva nel mito antico, e come mai nulla era stato fatto prima in Tv.
E ora un po’ di nostalgia generazionale.
Dopo il primo Twin Peaks e come molti hanno già detto [1] le serie TV non sono più state le stesse. Io non avevo capito Twin Peaks ma mi era piaciuto tantissimo Fire Walk With Me che non mi aveva fatto dormire la notte, un po’ perché la colonna sonora era su cassetta, comprata da mia sorella (che si chiama Laura, e che ha sempre adorato David Lynch, molto prima di me e molto prima che io cominciassi a scrivere di roba postmoderna); le musiche di Badalamenti le ascoltavo anche di notte quando avevo paura del buio senza sapere che forse avevo paura del buio perché ascoltavo la colonna sonora di TP, e forse perché effettivamente il film è proprio inquietante e ti penetra un po’ come fanno certi sogni che non te li stacchi nemmeno quando ti immergi nel traffico e nella quotidianità e nella trivialità della vita.
Ma la serie non mi era piaciuta tanto perché ero giovane e cretina e a casa mia, come in molte famiglie postmoderne, si guardavano tanti film bellissimi al cinema e in TV ma anche Beautiful che io odiavo pur guardandolo lo stesso e non volevo sentirne di telefilm perché all’università la televisione faceva schifo a tutti (ma tutti la guardavano sempre di continuo), mentre di TP parlavano tutti come se si trattasse dell’ultima, fantastica telenovela all’acido lisergico che verso il finale aveva sconvolto un po’ tutti tranne quelli che avevano una propensione per le cose strane e insolite. E quindi, proprio quando il pubblico ha cominciato a calare perché tutto prende una piega soprannaturale e onirica e surreale e Dale Cooper viene posseduto da Bob che è un demone/entità malvagia, la domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?” (che persino, pare, Gorbaciov chiese, con una telefonata ufficiale a Bush, la notizia è qui) cominciò a ossessionare pure me al punto che, quando chiamavo le amiche esordivo la telefonata dicendo: “Diane? Ti va di uscire insieme stasera?”.

Alla fine, quel calo di pubblico, almeno nel mercato di lingua italiana (anche negli Usa, però), era stato dovuto al fatto che le narrazioni non lineari, i principi ontologici del racconto messi a dura prova dalla narrazione a digressione, i personaggi dalla personalità schizoide e la small town America non fossero proprio nelle corde di una cultura abituata al realismo e alla politica della quotidianità (o alla quotidianità della politica?) almeno non nelle sfumature e nei significati reconditi che ci può vedere chi lì è nato e ne ha percorso quelle strade infinite. Nel 1992 feci il mio primo viaggio negli States capitando per vari motivi proprio nel Nordovest: Washington State, Idaho, Montana. Visitai Missoula, che solo dopo anni appresi essere la città natale di David Lynch, e percorsi le strade che si perdono nelle immense foreste tra Idaho e Washington State. un po’ come quelle che si vedono nella serie. assistei per la prima volta al ballonzolio di un orso americano uscito da un cespuglio (nascosta dentro una macchina e redarguita dalla mia amica per il pericolo di essere assalita) e provai lo sgomento di trovarmi sola in una foresta di pini americani, a breve distanza dalla piccola cittadina di Mullan, ad ascoltare il vento tra gli alberi e a chiedermi se, da qualche parte, un puma curioso si sarebbe avvicinato. Persino i diner e le piccole librerie dell’usato che trovai a Spokane e la camicia a quadri che mi ero portata dall’Italia (e che si portava allacciata sui fianchi quando faceva caldo, come la porta Bobby Briggs e gli altri ragazzi di Twin Peaks) assomigliavano in maniera sconvolgente alle cose che si vedono in TP prima serie.
E poi i primi anni Novanta non erano certo anni di serie italiane riuscite, anzi. In un paese che ha visto unificare la propria lingua negli sessanta grazie alla TV e dove il terreno non era certo pronto per la serialità televisiva a cui siamo abituati oggi, una cosa come TP non poteva che essere presa nel modo più docile e comprensibile: una variante un po’ sperimentale e un po’ pazzerella del modello seriale alla Peyton Place (che c’entra solo per la piccola città) e tutti si concentrarono nell’attesa che venisse sciolto il mistero durato tutte quelle puntate perché una serie con un omicidio deve finire per forza con la scoperta del colpevole: ma insomma, questa Laura Palmer, chi l’ha uccisa? Dopo anni di sperimentazioni letterarie che hanno sconvolto generazioni di lettori e critici senza intaccare minimamente la sicurezza dell’uomo medio, il pubblico della tv non ce la faceva nemmeno a immaginare un universo dove la logica e la linearità non bastavano a spiegare tutto quello che succede nel mondo di Laura Palmer.
E così non mi aveva tanto convinto, perché lo vedevo con gli occhi degli altri. Certo, con Lynch tutto era diverso: c’era stato The Elephant Man che avevo visto provando una morsa al cuore, Dune che mi aveva fatto passare l’appetito per tre giorni, Velluto Blu, che mi aveva disturbato perché il rossetto di Isabella Rossellini era di un rosso speciale e non si trovava da nessuna parte mentre i suoi occhi allucinati avevano qualcosa di commemorativo degli sguardi disperati di Ingrid Bergman che viene picchiata (e uccisa) nella scena di Dottor Jekyll and Mr Hyde (Victor Fleming, 1941) e la figlia le assomiglia tantissimo, mentre Kyle McLachlan che la guarda dall’armadio, nel terrore di essere scoperto, è lo specchio oscuro dello spettatore guardone e inquieto come lui. C’è stato Wild At Heart che aveva vinto a Cannes, la cui colonna sonora ancora ce l’ho conservata come un cimelio di un’epoca remota (un nastro…). Ricordo pure le foto di Helmut Newton che ritraggono Lynch e la Rossellini, facilissima da trovare oggi ma allora pubblicata in esclusiva sulle riviste di moda.


Ecco che Lynch diventerà come tutti gli altri, avevo pensato, un altro che svenderà la creatività per diventare il solito regista mainstream che piacerà alle masse e creerà una moda.
E invece no.
Ci sono stati Lost Highway (1996, su cui ha scritto un bell’articolo di David Foster Wallace), The Straight Story (1999 austero e commovente come evoca il titolo, sul viaggio on the road a cavallo di un trattore di un personaggio commovente), Mulholland Drive (2002, un noir rivisitato nei luoghi classici di Sunset Boulevard) e Inland Empire (2006), e una serie di esperimenti in video come Rabbits e il fumetto tristissimo e struggente (almeno per me) The Angriest Dog in the World, reperibile qui e tutta una serie di esperimenti tra musica e video, disegni, pittura (per una rassegna completa, qui).
E quindi, tornando al 2017, con l’annuncio che Lynch stava lavorando alla nuova serie, ho sperato che il risultato fosse una di quelle cose totalmente e follemente irriducibili all’interpretazione, una cosa che sfidasse la linearità narrativa ma in maniera ancora più estrema di quanto non sia accaduto negli ultimi dieci anni, qualcosa che sfidasse persino l’idea stessa di mondo che ci siamo potuti fare (banale, desolante, univoco), una messa alla prova di libertà creativa e di visione. Il risultato è un film di 18 ore che non solo sfida la linearità narrativa ma la porta su un altro piano, anzi, su altri piani, in cui è necessario adottare l’idea che persino il nostro modo “tradizionale” di fruire la narrazione per immagini è entrato nell’era della narrazione a rete, con le connessioni e gli snodi narrativi che possiamo crearci in un processo di fruizione rizomatico e a più strati, in cui connessioni e associazioni e collegamenti sono da reperire all’interno della nostra stessa esperienza di visione.
Certo, chi è abituato a leggere la letteratura postmoderna da Thomas Pynchon a John Barth, non si sarà dato troppo pensiero e la visione di TP non si sarà rivelata un’esperienza così estrema. Mi vengono in mente romanzi complicati dalle linee narrative molteplici come Gravity’s Rainbow o Città della notte rossa di William S. Burroughs (dove compare un detective che si muove in uno spazio tempo onirico e si intrecciano tre sequenze temporali e altrettante trame) o un romanzo del soprannaturale onirico come Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki, e poi, ai primi del novecento, Dalle nove alle nove di Leo Perutz (e di Perutz anche Il cavaliere svedese e Tempo di spettri, Il pittore della fine del mondo), e tutte quelle narrazioni in cui compare il tema del doppelgänger (E.T.A Hoffman Gli elisir del diavolo) e dello straniamento che l’accompagna quando non si capisce più chi fa cosa, chi è chi (ci metterei pure Gogol’ con I diari di un pazzo). Insomma, la letteratura è piena di stranezze incompiute, di risposte avvolte nel mistero, di piste moltiplicate nella semiosi infinita che genera il linguaggio e a cui il cinema è molto debitore.
Ma riuscire a fare una narrazione destrutturata e ricomporla attraverso un processo che richiede allo spettatore una parte attiva, una memoria di ferro e un’immaginazione poderosa è un risultato che solo Lynch è riuscito a ottenere utilizzando il medium della tv e, dagli anni Novanta, aprendo nuove piste soprattutto per lo spettatore che non è più quella bambola di pezza a cui somministrare qualche ora di intrattenimento inframmezzata di pubblicità, ma è parte integrante del gioco narrativo e della sua incredibile avventura come un lettore lo è di un libro appassionante. Certo, di mezzo in questi anni ci sono stati anche film come No Country For Old Men (Cohen Brothers, 2008 dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy) dove il malvagio Chigur potrebbe aver rappresentato un bel modello per il Cooper cattivo e Donnie Darko (Richard Kelly, 2001), dove il tema del soprannaturale e della realtà parallela che forse è un sogno o forse no fa da base a un noir inquietante sull’adolescenza e le sue inquietudini.
Detto questo, il mood generale di TP è nostalgico ma anche venato di un’atmosfera che mi ha divertito e affascinato e strabiliato fino all’episodio 17 che sembrava essersi chiuso con una scena corale.

Ma Lynch non è uno dai finali che ti fanno tirare un sospiro di sollievo. Con l’ultimo episodio si prova una tale inspiegabile inquietudine pari soltanto a quella provata quando si è consapevoli di aver perso qualcosa di enormemente prezioso.
È l’episodio di chiusura, quello che sposta di un’altra ora “reale” il finale effettivo, il più sconvolgente e anche il più classico, quello che, chiudendo in qualche modo il cerchio anzi, direi l’ellissi, su una nota veramente e irriducibilmente tragica, lo fa utilizzando uno stile visivo dilatato e inquietante e uno stile narrativo sorprendentemente classico anche se apparentemente incomprensibile, risultando nonostante tutto tragico. Ma non ha niente a che fare con il sollievo che si può provare guardando una vera e propria tragedia con la carneficina finale, lo scioglimento e la catarsi che ne può derivare. Perché siamo nel ventunesimo secolo e la catarsi non c’è più e la tragedia si è spostata su un altro piano. Uso questa immagine della tragedia classica a contrasto, ma non c’è niente di classicamente e tradizionalmente tragico in Twin Peaks. Non c’è carneficina finale, non c’è il gioco dei dieci piccoli indiani, non c’è nemmeno l’impressione che sia stato tutto uno scherzo. Certamente c’è l’elemento del sogno, di shakespeariana memoria e anche il gioco barocco dello specchio dentro lo specchio, o del sogno dentro il sogno o del loop spazio temporale (siamo in un’epoca in cui lo specchio infinito è sostituito dai principi della fisica teorica) e della possibilità che vi sia una personalità multipla che forse ha sognato tutto, anche se stessa sotto le spoglie di altre persone. Può esserci l’idea della trascendenza mistica che rimanda a un mondo visto come “un atomo opaco del male”, dove angeli dall’aspetto di mostriciattoli e demoni con l’aspetto di assassini se ne vanno in giro per compiere un disegno che, chissà per quale maligno motivo, hanno fatto così brutto.

Il finale di TP ti lascia come quando chiudi un libro che ti sta appassionando anche se non sai se l’hai capito, e ti ha ricordato che, ebbene sì, sono passati 25 anni e il mondo ha conosciuto nuovi e più strani orrori; e infine che non si possono far tornare indietro i morti, nemmeno con l’artificio della creazione artistica. Perché il male, la violenza, la perdita e l’oblio sono l’essenza della vita anche quando essa trascende nel gioco della narrazione che attinge al mito, come quello di Orfeo che perde la sua Euridice, perché si gira a guardarla e negli inferi le regole non possono essere trasgredite, anche se l’inferno, riveduto da Lynch come un ribaltamento oscuro del magico mondo di Oz, è il bosco fuori da una piccola cittadina di nome Twin Peaks e Dale Cooper un Orfeo che, come nel mito originario, non riesce a compiere la missione più importante che si rivela impossibile: perché non si possono portare indietro i morti.
[1] Su Vulture ci sono diversi articoli dedicati a TP reperibili qui. Mentre questo articolo è sugli aspetti seminali di Twin Peaks.