Dopo le elezioni negli Stati Uniti, alcuni articoli riflettono l’ansia e l’indignazione suscitate dal risultato elettorale. Tra questi, un editoriale di David Remnick, pubblicato in The New Yorker il 9 novembre, merita a mio parere di essere diffuso anche in italiano.
Per chiunque abbia voglia di leggerlo in originale, l’indirizzo è questo:
http://www.newyorker.com/news/news-desk/an-american-tragedy-donald-trump
Molto interessante anche lo scambio di idee nel video che segue alla fine dell’articolo nel New Yorker.
La traduzione italiana dell’articolo è invece pubblicata in questo post:
UNA TRAGEDIA AMERICANA
di David Remnick, 9 novembre 2016, The New Yorker
L’elezione di Donald Trump alla presidenza è niente meno che una tragedia per la repubblica americana; una tragedia per la Costituzione e un trionfo per le forze anti immigrazione, autoritarie, misogine, razziste, all’interno del paese e all’estero. La scioccante vittoria di Trump, la sua ascesa alla Presidenza è un evento disgustoso nella storia degli Stati Uniti e della democrazia liberale. Il 20 gennaio 2017 saluteremo l’uscita di scena del primo Presidente Afro-americano, uno spirito generoso, uomo integro e di grande dignità, e assisteremo all’insediamento di un personaggio truffaldino che ha fatto ben poco per rifiutare l’appoggio di forze xenofobe e della supremazia bianca. È impossibile reagire a questo momento senza provare repulsione e ansia profonda.
Inevitabilmente ci sarà da soffrire nel prossimo futuro: una Corte suprema sempre più reazionaria, un Congresso rafforzato a destra; un Presidente il cui disprezzo per le donne e le minoranze, le libertà civili e i principi scientifici, per non dire della mera decenza, è stato ripetutamente ostentato. Trump è la volgarità senza limiti, un leader nazionale senza cultura che non solo metterà in subbuglio i mercati ma getterà panico nel cuore dei gruppi vulnerabili, dei deboli e, soprattutto, di tutti quegli Altri, che nella loro diversità, sono stati insultati da Trump in maniera così profonda. Gli Afro-Americani, gli Ispanici, le Donne, gli Ebrei e i Musulmani. Per guardare con speranza a un evento di tale gravità, ed è una forzatura, bisogna pensare che queste elezioni e gli anni che seguiranno saranno una prova della forza, o della fragilità, delle istituzioni americane. Saranno una prova della nostra serietà e delle nostre intenzioni.
Poco prima della data delle elezioni, i sondaggi avevano fatto trapelare preoccupazione, ma avevano dato anche notizie abbastanza promettenti per i Democratici in stati come la Pennsylvania, il Michigan, il Nord Carolina e persino in Florida che c’erano tutte le ragioni per pensare di festeggiare la realizzazione dei principi di Seneca Falls, l’elezione della prima donna alla Casa Bianca. La potenziale vittoria in stati come la Georgia era scomparsa, poco più di una settimana fa, con la lettera incurante e dannosa che il direttore dell’F.B.I. aveva inviato al Congresso sulla riapertura delle sue indagini e la ricomparsa di parole pericolose come “email”, “Anthony Weiner” e “ragazza di quindici anni”. Ma le chance erano ancora buone per Hillary Clinton.
Intanto, Trump sembrava una caricatura distorta di ogni riflesso marcio della destra radicale. Che sia prevalso, che abbia vinto queste elezioni, è un colpo feroce allo spirito. La sua elezione è un evento che getterà con molta probabilità il paese in un periodo di incertezza economica, politica e sociale che non riusciamo nemmeno a immaginare oggi. Che l’elettorato, nella sua pluralità, abbia deciso di vivere nel mondo di Trump, fatto di vanità, odio, arroganza, menzogna, e sventatezza, di disprezzo per le norme democratiche, è un fatto che porterà, inevitabilmente, a ogni forma di declino e sofferenza per la nazione.
Nei giorni a venire, i commentatori cercheranno di normalizzare questo evento. Cercheranno di tranquillizzare i loro lettori e spettatori con affermazioni del tipo “saggezza innata” e “decoro essenziale” del popolo americano. Ridimensioneranno la virulenza del nazionalismo ostentato, la decisione crudele di elevare un uomo che viaggia su un aereo dorato ma che ha rivendicato i suoi diritti con la retorica populista del sangue e del suolo.
George Orwell, il più indomito dei commentatori, aveva ragione a sottolineare che l’opinione pubblica non è più innatamente saggia di quanto gli esseri umani siano innatamente gentili. Le persone possono comportarsi in maniera folle, avventata, auto distruttiva quando sono massa proprio come possono farlo presi singolarmente. Talvolta tutto quello che chiedono è un leader scaltro, un demagogo che intercetti le ondate di risentimento e le cavalchi fino alla vittoria. “Il punto è che la liberà relativa che godiamo dipende dall’opinione pubblica”, Orwell scrisse nel suo saggio “Freedom of the Park”. “La legge non protegge. I governi fanno le leggi ma che esse vengano applicate e il modo in cui la polizia si comporta dipende dall’umore generale del paese. Se quelli interessati alla libertà di parola sono numerosi, ci sarà libertà di parola, anche se la legge lo proibisce; se l’opinione pubblica è inerte, le minoranze scomode saranno perseguitate, anche se esistono le leggi per proteggerle”.
Trump ha condotto la sua campagna percependo il senso di spossessamento e di ansia diffusi tra milioni di elettori – elettori bianchi, per la maggior parte. Molti di essi, anche se non tutti, hanno seguito Trump perché hanno visto che questo navigato performer, una mezza figura quando si parla di politica, buffone marginale e onnipresente nel ridicolo panorama della New York degli anni Ottanta e Novanta, è stato più che propenso a cogliere il loro risentimento, la loro furia, la sensazione che un mondo nuovo abbia cospirato contro i loro interessi. Che fosse un miliardario dalla scarsa reputazione non li ha dissuasi più di quanto gli elettori a favore della Brexit siano stati dissuasi dal cinismo di Boris Johnson e di tanti altri.
L’elettorato democratico si è forse potuto risollevare per il fatto che il paese si era ripreso in maniera sostanziale, anche se non uniforme, dalla Grande Recessione in molti modi: la disoccupazione è scesa al 4,9 per cento ma lo ha portato e ha portato noi, a sottostimare pesantemente la realtà. L’elettorato democratico ha anche creduto che, con l’elezione di un Presidente afro americano e l’avvento dell’uguaglianza nel matrimonio e di altri indicatori, le guerre culturali stessero giungendo alla fine. Trump ha cominciato la sua campagna dichiarando che gli immigrati messicani sono degli “stupratori” e l’ha chiusa con uno slogan antisemita, evocando “I protocolli dei savi di Sion”. Il suo comportamento è stato sprezzante nei confronti della dignità delle donne e del loro corpo. Quando è stato criticato per tutto questo, ha liquidato la questione relegandola nell’ambito del “politicamente corretto”. Sicuramente una figura così crudele e retrograda poteva avere successo tra alcuni elettori, ma come avrebbe potuto vincere? Sicuramente Breitbart News, un sito di teorie cospirazioniste, non poteva diventare per milioni una fonte di notizie e opinioni diffuse. Eppure Trump, che può aver avviato la sua campagna semplicemente come un esercizio pubblicitario, prima o poi ha riconosciuto di poter incarnare e manipolare queste forze oscure.
Il fatto che i Repubblicani tradizionali, da George H. W. Bush a Mitt Romney, abbiano annunciato di non amare Trump ha soltanto reso più profondo il suo sostegno emotivo.
I commentatori, nel tentativo di normalizzare questa tragedia, troveranno anche il modo di rendere meno grave il comportamento distruttivo e imbranato dell’F.B.I., la perniciosa interferenza dello spionaggio russo, la visibilità concessa a Trump (le ore di copertura ininterrotta, non mediata, dei suoi raduni) dalle televisioni via cavo, in particolare nei primi mesi della sua campagna.
Ci verrà chiesto di fidarci della stabilità delle istituzioni americane, della tendenza che persino i politici più radicali hanno a frenarsi quando vengono ammessi alle cariche istituzionali. I liberali saranno ammoniti come compiaciuti, lontani dalla sofferenza, come se così tanti elettori democratici non fossero a conoscenza della povertà, delle difficoltà e della sfortuna. Non c’è ragione per credere a queste chiacchiere. Non c’è ragione di credere che Trump e la sua accolita – Chris Christie, Rudolph Giuliani, Mike Pence e sì, Paul Ryan, abbiano alcuna voglia di governare da Repubblicani entro i vincoli tradizionali della decenza. Trump non è stato eletto su una piattaforma di decenza, correttezza, moderazione, compromesso e stato di diritto. È stato eletto, in gran parte, su una piattaforma di risentimento. Il fascismo non è il nostro futuro e non può esserlo; non possiamo permetterci di essere così, ma questo è certamente il modo in cui il fascismo può cominciare.
Hillary Clinton è stata una candidata non priva di difetti, tuttavia tenace, intelligente e competente; una persona che non ha mai dominato il suo elettorato con un’immagine di inaffidabilità e privilegio. In parte questo è stato il risultato del suo istinto innato per il sospetto, cresciuto negli anni dopo uno “scandalo” posticcio dopo l’altro. Eppure, in qualche modo, non importa quanto il servizio che ha reso alla nazione sia stato impegnato e quanto sia durato, Clinton ha suscitato meno fiducia di Trump, un fanfarone che ha mentito ai suoi clienti, agli investitori e ai contraenti; un uomo di paglia le cui continue dichiarazioni e il suo comportamento riflettono un essere umano dalle qualità opache: avido, mendace e arretrato. Un uomo con un livello di egotismo che raramente si è visto al fuori di un ambiente psichiatrico.
Per otto anni, il paese ha vissuto con Barack Obama presidente. Spesso abbiamo cercato di sgonfiare il razzismo e il risentimento che ribollivano sotto le superfici digitali. Ma il circolo dell’informazione è stato fatto a pezzi. Su Facebook, gli articoli della stampa tradizionale, basata sui fatti, appaiono uguali agli articoli scritti dai paranoici della destra alternativa. I portavoce dell’indicibile oggi hanno accesso a un pubblico enorme. Questo era il calderone, con un bel po’ di linguaggio misogino, che ha aiutato a umiliare e a distruggere la Clinton. La stampa di estrema destra ha diffuso bugie, propaganda e teorie cospirazioniste che Trump ha usato come ossigeno per la sua campagna. Steve Bannon, una figura chiave di Breitbart, è stato il suo propagandista nonché direttore della campagna.
È un quadro molto fosco. La scorsa notte, mentre i risultati cominciavano a giungere dagli stati che mancavano, un amico mi ha chiamato in preda alla tristezza, pieno di ansie legate a guerre e conflitti. Perché non lasciare il paese? La disperazione, tuttavia, non è la risposta. Combattere l’autoritarismo, smascherare le bugie, lottare onorevolmente e strenuamente nel nome degli ideali americani, ecco quello che resta da fare. Questo è tutto ciò che c’è da fare. [Traduzione di Roberta Fornari]